Una cosa piccola ma buona

Giovedì 28 novembre, Federico Platania e Roberto Carvelli sono stati ospiti dell’Istituto Caetani per un appuntamento dedicato al libro culto di Raymond Carver, Cattedrale. L’incontro è stato organizzato in collaborazione con Più Libri Più Liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria e rientra nel programma più ampio di Più Libri Più Luoghi. Ringraziamo la scuola per averci accolto e la casa editrice minimum fax per averci fatto dono di alcune copie del libro da regalare agli studenti. Segue un repor della mattinata, scritto a quattro mani dai due protagonisti, Federico Platania e Roberto Carvelli

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FP – Piccoli maestri a parte, non metto piede in una scuola da venticinque anni, quindi ogni volta che ci torno sono esterrefatto dal chiasso quasi materico che popola i corridoi, dai cori degli studenti, dall’attrito tridimensionale generato da energia, adolescenza e struttura organizzata. E ogni volta mi chiedo come sia possibile che proprio qui, nel nocciolo del caos, si compia il miracolo dell’attenzione. Poi invece accade sempre. Stavolta è sufficiente che Roberto Carvelli, che mi affianca in questo incontro dedicato a Cattedrale di Raymond Carver, inizi a leggere il racconto che dà il titolo alla raccolta affinché i trenta ragazzi e ragazzi di una quarta e quinta dell’Istituto Caetani ci concedano la loro concentrazione.

Questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, stava arrivando da noi per trascorrervi la notte. E siamo già dentro. Dentro il racconto, dentro la voce di Carver, dentro. Con Roberto, prima dell’incontro, abbiamo deciso di non fare cappelli introduttivi. E’ sempre più efficace partire direttamente dal testo, abbandonandosi, quando serve, a opportune digressioni. E allora ecco l’alcolismo, che per Carver è così diverso dalla goliardia di un Bukowski, ecco l’America dei piccoli spazi, gli appartamenti, i legami drammatici e tenaci tra le persone. L’America di Carver non è l’America delle praterie e dei deserti, è l’America degli interni, delle conversazioni tra marito e moglie.

carver_hopperMentre Roberto legge, io sfrutto la connessione internet della classe e sulla lavagna multimediale proietto quadri di Hopper, foto di Carver con la sua seconda moglie Tess Gallagher, immagini di cattedrali. Roberto ha avuto l’ottima idea di affidare il suo cellulare a una delle alunne chiedendole di fare un live twitting dell’incontro (compito che la ragazza svolgerà egregiamente).

Divertente lo smarrimento dei ragazzi quando Roberto arriva al punto del racconto in cui il protagonista e il cieco si rollano una canna. Non se l’aspettavano. Da lì in poi, chissà perché, seguono con ancora più attenzione.

C’è anche spazio per l’aneddoto della lavanderia. Quel ricordo che Carver inserisce nel suo saggio Fuochi. Lui agli esordi della sua carriera bloccato per un pomeriggio intero con due sacchi di biancheria sporca in una lavanderia a gettone. I suoi abiti e quella della sua prima moglie e dei loro due bambini. Come farò a diventare un grande scrittore se devo lavare i panni? Poi l’incontro con John Gardner, il suo maestro di scrittura che gli offre di passare qualche ora nel suo studio, in silenzio e tranquillità, per lavorare ai suoi racconti. Al termine dell’incontro una ragazza ci dirà che questa pagina autobiografica le è piaciuta più dei due racconti che abbiamo letto.

Tocca a me. Prima di iniziare a parlare del racconto che ho scelto io voglio dire due parole su Cattedrale, quello che ha appena letto Roberto. Avevo poco più della vostra età quando ho letto per la prima volta il racconto che avete appena ascoltato – dico – e quando sono arrivato alle ultime righe mi sono accorto di avere la pelle d’oca. E ricordo di aver pensato: voglio farlo anche io. Anche io voglio scrivere qualcosa che faccia venire la pelle d’oca a chi legge. Questo racconto di Carver è sicuramente uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere seriamente, quando avevo poco più di vent’anni.

plataniaPoi attacco Una cosa piccola ma buona. Li avverto che è un racconto molto triste, ma anche molto bello. Quel pasticcere così antipatico, il piccolo Scotty che Carver evita quasi sempre di chiamare direttamente per nome, quasi a voler marcare da subito una distanza tra noi che leggiamo e un personaggio destinato a morire presto, l’incredibile scena di riconciliazione tra il pasticcere e i genitori di Scotty nella pasticceria.

Al termine delle letture invitiamo i ragazzi a fare qualche domanda a dirci cosa ne pensano. Ogni volta resto sorpreso dal candore e dalla profondità di certi interventi. Come quel ragazzo che prima dichiara beatamente che a lui leggere non piace e poi dice che quello che lo ha colpito del racconto che ho letto è che la cosa più bella avviene proprio nel momento più brutto (notando dunque una caratteristica cruciale di quel testo, e meno male che non legge, il ragazzo).

carverllParlano e commentano un bel po’, e ci piace pensare che se non fosse finito il tempo a nostra disposizione avrebbero continuato. Per il finale, con Roberto, ci eravamo riservati due chicche. Due delle ultime poesie che Carver scrisse prima di morire. Io leggo Una pacchia, scritta per dire a tutti che nonostante sapesse che la malattia ormai gli lasciava poco tempo da vivere, Carver guardava ai suoi ultimi anni con grande riconoscenza. Anche se per poco, aveva vissuto la vita che aveva sempre voluto vivere. Sono un uomo fortunato / Ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro / si aspettasse. Una vera pacchia. Non ve lo scordate. Roberto legge invece gli ultimissimi versi, quasi un epitaffio: E hai ottenuto quello che / volevi da questa vita, nonostante tutto? / Sì / E cos’è che volevi? / Sentirmi chiamare amato, sentirmi / amato sulla terra.

Non so se questi ragazzi e queste ragazze che abbiamo incontrato cominceranno a leggere di più, ad appassionarsi di più alla letteratura, grazie a noi. So che quando facciamo questi incontri per i Piccoli maestri trasmettiamo ad altri qualcosa di bello che abbiamo avuto la fortuna di incontrare lungo la nostra strada. Oggi tutti loro hanno ascoltato parole meravigliose. E già questa è una piccola, buona cosa.

Federico Platania

RC – Sono d’accordo con la cronaca di Federico. Puntuale e, anche quando personale, condivisibile. Aggiungo una cosa prima, piccola e forse non buona. E una cosa dopo il nostro incontro. Buona ma non piccola. La prima. Ho detto ai ragazzi, in apertura dell’incontro, che Carver è un autore che piace più agli scrittori che ai lettori. Gli riconoscono una dirittura morale, quasi una religione dello scrivere (esemplificata dalla sua lotta domestica – era ora che un uomo la incarnasse e non a caso una studentessa cita la Woolf – per strappare ore alle opere casalinghe). Mi devo ricredere: Carver è piaciuto ha creato immedesimazione, vicinanza e il tutto senza culti o fanatismi. Carver è un autore per i lettori. Meno conosciuto e forse di una posologia poco accreditata (la scrittura breve, l’idea che il tanto che succede vada cercato tra le righe eccetera eccetera).

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La seconda cosa è personale ma spero collettiva. Sicuramente di me e Federico davanti a un piatto caldo e una bottiglia di rosso a banchi ormai andati: quanto di importante passa per questi incontri dei Piccoli Maestri. Per i ragazzi e per noi. Quanto cambia il senso della letteratura nostro questo leggere a favore del vento di altri (di questi altri). La cosa non piccola ma buona è che vorrei che tutto questo possa essere per me un impegno sempre maggiore. E so – già nel dirlo – che sto prendendo un impegno gravoso.
Grazie ancora a Federico, ai minimum fax che hanno omaggiato la classe di un bel po’ di copie di Cattedrale (i ragazzi hanno lottato per averle mentre l’insegnante si era sbilanciato sulla difficoltà di smercio delle stesse; sappiamo che dopo l’incontro Carver potrà essere ulteriormente letto e questo è fondamentale) e alla twitter guest Virginia studentessa bravissima nella sintesi dell’incontro in diretta.
ciao a tutte e tutti

Roberto Carvelli

One thought on “Una cosa piccola ma buona

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